Ancora oggi, si parte e si torna insieme. Denunce a Milano contro il movimento NoTav

No Tav

Il 25 febbraio 2012 in Val di Susa si svolge una grande manifestazione popolare No Tav. Una delle tante, belle, colorate e partecipate mobilitazioni del Movimento; contro una “grande opera” devastante per il territorio e le popolazioni che lo abitano; un momento tra gli altri di una lotta diventata simbolo e riferimento per tutti e tutte coloro che resistono ai “comitati di affari” che piegano ogni cosa alla logica dei loro interessi privati.
Mobilitazione convocata inoltre in seguito alle grandi operazioni repressive dei mesi precedenti, con svariati arresti in tutta Italia, attuati nel tentativo di colpire giudiziariamente il movimento NoTav mentre cresce e diventa sempre più largo e di massa, in Val Susa e in moltissime città del paese.
Per queste ragioni, come in altre occasioni, quella manifestazione era diventata momento di mobilitazione nazionale.
50.000 persone da tutta Italia, contro la Tav in Val di Susa e contro tutte le “grandi opere” al servizio non delle comunità locali ma degli interessi di parte.

Anche da Milano, dalla Stazione Centrale parte un treno carico di centinaia di manifestanti, giovani e meno giovani, lavoratori, militanti sindacali, appartenenti ad associazioni ambientaliste, centri sociali, comitati di sostegno ai No Tav, studenti.
Si contratta un “prezzo politico” con Trenitalia, allora diretta dal “grande manager” Moretti, per permettere a tutti e tutte di partecipare. E si parte, per tornare tutti insieme allegri e convinti di aver vissuto una giornata di intensa mobilitazione popolare; alla fine di un corteo assolutamente pacifico, un serpentone colorato che si è snodato per ore da Bussoleno a Susa.
Quindi, “si parte e si torna insieme”, come si grida gioiosamente in corteo.

Ma alla stazione di Porta Nuova a Torino – dopo il tragitto dalla stazione di Susa fatto in assoluta tranquillità – ci si trova di fronte ad uno sgradevole “imprevisto”. La polizia e i Carabinieri sono schierati sui binari, impediscono l’accesso al treno di ritorno per Milano centrale.
La ragione? Trenitalia rivendica una specie di “sovrapprezzo” rispetto a quanto concordato alla partenza. D’altra parte da tempo Moretti e i vertici dell’Azienda non riconoscono più alcuna “ragione sociale” nella partecipazione alle grandi manifestazioni nazionali dei movimenti sociali.
Quindi, nessuno sconto. O si paga tutto – e caro – oppure si resta a piedi.

La delegazione milanese non accetta l’arroganza e il voltafaccia meschino – e strumentale – di Trenitalia. Si rivendica di partire al prezzo concordato; si comprende che dietro quell’atteggiamento c’è, forse, la rabbia dei “padroni del vapore” per una grande e riuscita manifestazione a sostegno di quei testardi, resistenti valsusini che così dimostrano di non essere affatto isolati in questo Paese.
Tutto da quel momento in poi avviene, certo, in un clima di tensione, con una contestazione dell’atteggiamento di Azienda e forze di polizia vissuto come provocatorio, ma in modo assolutamente pacifico. Si gridano slogan, ci si addensa di fronte ai cordoni di polizia che bloccano il binario; ma contemporaneamente si tratta con la Digos di Torino e con funzionari di Trenitalia, provando in qualche modo a “convincere”, a forzare pacificamente, a “sciogliere” quel blocco che impedisce di tornare a casa.
Finché, all’improvviso partono due, tre cariche molto violente, sia davanti che lateralmente ai cordoni dei manifestanti; cariche prolungate che coinvolgono anche semplici passanti e viaggiatori inconsapevoli.
Alcuni ragazzi cadono a terra, vengono picchiati, alcuni agenti lanciano lacrimogeni in stazione e anche dentro al treno pronto sui binari per Milano.

A testimoniare della brutalità improvvisa di quelle cariche resta la denuncia contro l’operato delle forze di polizia, fatta allora da due dei ragazzi finiti a terra e picchiati. Denuncia che verrà archiviata – per caso? -, ma che a nostro giudizio indica quali furono effettivamente le “violenze” e chi ne fu protagonista.
In questa confusione,cresce la rabbia, si fugge e si lanciano slogan; ma si cerca anche di non disperdersi. Dobbiamo tornare insieme, nessuno va lasciato indietro, bisogna prendersi cura dei feriti e dei contusi, verificare che nessuno venga fermato.
Molti reagiscono, si riformano cordoni, c’è un brevissimo lancio di oggetti verso le forze di polizia.
C’è sempre molta rabbia e si reagisce anche disordinatamente ed emotivamente. Nulla di simile ad una reazione preparata ed organizzata. Esattamente il contrario.

Alla fine si torna a discutere, si riesce a contrattare la partenza, in cambio di una “sottoscrizione volante” tra i presenti e che dà agli “esattori” di Trenitalia parte di quanto richiesto.
Cioè, se alla fine prevale un “senso di responsabilità” è quello dei manifestanti. Non quello dell’Azienda diretta da Moretti né quella della direzione in piazza delle forze di polizia.
Si torna, insieme, con molta tensione e qualche preoccupazione sulle possibili conseguenze di quanto accaduto a Milano e nelle settimane successive; ma anche con la soddisfazione non solo per la partecipazione alla giornata di lotta in Val di Susa, ma anche per essere riusciti a garantire il rientro collettivo dei manifestanti milanesi.

Ed oggi che accade? Qualche mese fa a due compagni di Milano, presenti a quella manifestazione, Dario del collettivo Ri-Make/Communia Network e Franco del collettivo Sos Rosarno viene notificata una comunicazione giudiziaria da parte della Procura torinese per i “fatti di porta Nuova”, con imputazioni piuttosto pesanti: resistenza aggravata, lesioni personali e interruzione di pubblico servizio.

Dimostrando come il “teorema” che vede i “cattivi” tra i sostenitori del movimento valsusino continui. Con una iniziativa giudiziaria che stravolge la realtà di quanto avvenuto in quella stazione, in cui praticamente agli imputati – e di fatto a tutti quelli che erano lì – viene addebitato un comportamento violento quasi “costruito”, preparato e pregiudiziale che non corrisponde né alle loro intenzioni né alla dinamica dei fatti.
I due compagni dovranno sostenere un processo. La prima udienza è convocata presso il Tribunale di Torino il 22 ottobre prossimo.
Ci sentiamo impegnati a sostenerli, come abbiamo sostenuto le ragioni del grande movimento di lotta in Val di Susa.
Ci impegniamo a far circolare informazioni e documentazione su quanto effettivamente avvenuto quel giorno. Vogliamo lavorare insieme a tutti i soggetti protagonisti di quella giornata, perchè vengano scagionati dalle accuse loro imputate nelle aule di quel Tribunale e possano continuare a partecipare liberamente insieme a tutti noi alle lotte e ai movimenti sociali che ci sono dinanzi.
Ancora oggi per noi si parte e si torna insieme.
Dalla Val di Susa a tutti i luoghi in cui si lotta e si resiste contro le ingiustizie e l’esclusione sociale, contro lo sfruttamento e tutte le oppressioni., contro la devastazione dell’ambiente e dei territori nei quali viviamo.

Persone prima dei confini: 1/9 Ri-Make – 4/9 Supporto Diretto

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Il 24 agosto scorso si è riversata in strada la protesta dei rifugiati che si trovano nel centro polifunzionale della Croce Rossa di Bresso.
Una struttura nata per smistare i migranti in transito in Lombardia, che in breve tempo si è trasformata in un vero e proprio centro di accoglienza, in cui le persone sono confinate per mesi.
La protesta ha messo in luce come la situazione non sia più sostenibile. Da un lato, infatti, i richiedenti asilo denunciano l’inadeguatezza della struttura, che li costringe a vivere ammassati in otto in ciascuna tenda, esposti al sole dell’estate, al freddo dell’inverno e alla pioggia che si infiltra costantemente.
A questa situazione lesiva della dignità umana si affianca l’inefficacia di una macchina dell’accoglienza, che lascia in attesa i richiedenti asilo per diversi mesi, senza che questi ricevano informazioni sul proprio futuro e adeguato sostegno legale.

Già da tempo assistiamo alla diffusione di false informazioni su questo campo da parte della stampa ufficiale e da organizzazioni razziste come la Lega Nord, il tutto a creare un clima di ostilità e rifiuto, mentre diritti fondamentali e la dignità umana vengono fortemente violati.

Già in passato iniziative di contrasto a tutto ciò hanno dimostrato che una solidarietà attiva è possibile.

In questi giorni abbiamo avuto la possibilità di confrontarci direttamente con i ragazzi del centro e abbiamo deciso di dare spazio alle difficoltà e ai bisogni che stanno emergendo, costruendo delle iniziative pubbliche.

In seguito alle proteste la Croce Rossa ha comunicato ai ragazzi che il 10 settembre arriveranno “certezze” sulla regolarizzazione dei loro documenti e sulla possibilità di ricevere un permesso di soggiorno temporaneo, con il quale potrebbero intraprendere un’attività lavorativa.

Quindi insieme a chi vive il campo il 4 settembre nei pressi del centro vogliamo costruire un incontro pubblico di discussione e una cena solidale: un momento convivialità, controinformazione, supporto diretto e legale, facendo pressione su chi deve delle risposte.

L’1 settembre chiamiamo tutti e tutte a partecipare a un’assemblea a Ri-Make (via Astesani 47 – MM3 Affori FN) h 19/21 per discutere di tutto questo e organizzare con tutte le persone e le realtà che vorranno partecipare a questo momento di supporto.

1 SETTEMBRE: h 19 ASSEMBLEA ORGANIZZATIVA A RI-MAKE

4 SETTEMBRE: h 19 INCONTRO + CENA NEI PRESSI DEL CAMPO DELLA CROCE ROSSA DI BRESSO

Invitiamo tutti e tutte a partecipare a una raccolta materiali di prima necessità.
Portate all’incontro: vestiti, cibo, libri scolastici per l’italiano.

PEOPLE BEFORE BORDERS!

Ri-Make – Communia

Collettivo 20092

BAM – Bresso a Misura di

Unione degli Studenti – Sesto San Giovanni

Evento Facebook

A proposito dei migranti e dei rifugiati del campo di Bresso…

11882817_1537914173128680_1920441518195855230_oUna decina di attivisti/e di  Rimake / Communia Milano e del  Collettivo 20092 di Cinisello Balsamo sono stati stamattina a fare un sopralluogo nei pressi della Croce Rossa di Bresso, un’area militare adibita a campo per migranti e rifugiati, da dove ieri è partita la protesta per le condizioni del campo stesso, e che ha bloccato viale Fulvio Testi prima di essere violentemente repressa dalla polizia. Alcuni dei rifugiati erano oggi in giro a passeggio per la zona, e nonostante le prime diffidenze siamo riusciti a scambiare alcune chiacchiere con alcuni di loro.
600 sono in totale le persone stanziate in questo campo, in condizioni molto precarie: la pioggia arriva all’interno delle tensostrutture in cui lo spazio di vita di ciascuno e’ limitato alla propria brandina e niente di piu’. Ne’ vestiti ne’ cibo a sufficienza sono forniti, e chi se lo puo’ permettere si procura altro cibo e vestiti presso gli esercizi commerciali nei paraggi. Gli altri vanno avanto con gli abiti usurati. Da quel luogo i rifugiati, nell’impossibilita’ di accedere ad informazioni legali, sono tenuti in attesa da mesi e mesi (alcuni sono lì da un anno) della regolarizzazione della propria condizione, tramite documenti che ne attestino il diritto all’asilo politico o ad un permesso di soggiorno. Ma niente di tutto questo avviene, ed il clima è aggravato dalla presenza in zona di fascio-leghisti e razzisti, come quelli che hanno cosparso le mura del campo di scritte xenofobe o che hanno tentato di appendere all’ingresso uno striscione proprio in concomitanza con il nostro arrivo, ma hanno preferito a quel punto abbandonarlo a terra e svignarsela.
Alcuni dei rifugiati vengono da zone di guerra, altri da condizioni economiche che allo stesso modo mettono a rischio la vita di queste persone. Ma nel primo caso ai ragazzi viene suggerito all’interno del campo stesso di provare a scappare in qualche altro paese. Nel secondo caso sembra si stiano preparando i voli per riportare le persone nel paese di origine. In seguito alle proteste di ieri i ragazzi hanno ottenuto sicuramente un po’ di attenzione sulla loro situazione e sono stati contenti di sapere che qualcuno era dalla loro parte e la richiesta è stata che anche noi si manifesti insieme a loro se dovesse essere nuovamente necessario.
Abbiamo espresso la nostra solidarietà e fatto sapere ai ragazzi che queste situazioni si stanno verificando in tutta Italia da Lampedusa a Milano, da Bari a Ventimiglia, ma allo stesso modo in questi luoghi la solidarietà ai /alle migranti va avanti e cresce.
#WeAreNotGoingBack!
Oggi questo a Milano significa anche che non ci fermiamo qui ma che bisogna andare avanti.